Su di me esistono varie leggende metropolitane, forse alcune anche un po’ alimentate da me stesso. Una di queste è che io sia “cavo scettico”. Bhè, niente di più falso.

Io credo che ogni centimetro fisico attraverso cui transita un segnale elettrico contenente messaggi articolati che vanno a definire il concetto di “suono” abbia la sua importanza. E quindi anche i cavi: tutti i cavi, da quelli utilizzati all’interno delle singole macchine da musica a quelli utilizzati per connettere le macchine da musica fra loro.

Il mio scetticismo, semmai, è relativo alla a volte eccessiva importanza che viene attribuita ai cavi da coloro che mi piace definire come “audiofighi”, ovvero appassionati di oggetti tout-cort, con evidenti scarse competenze sia in materia musicale specifica e di conseguenza incompetenti anche nello specifico dei suoni.

“A ciascuno il suo”, dunque: che, parafrasando il celebre titolo, e adattandolo al contesto di cui parliamo oggi, significa che ciò che conta, anche e soprattutto in materia di cavi, è il principio di proporzionalità al tutto. Intendo dire che se uno dispone di un buon impiantino entry level, bellino, equilibrato e coerente, ma per forza di cose limitato nella sua performance assoluta, è abbastanza inutile, per non dire ridicolo, incaponirsi a cercare di migliorarlo spendendo cifre sproporzionate per i cavi.

Questa affermazione sembra una banalità dettata dal buon senso, ma, vi garantisco, non lo è, visto ciò che ho visto troppe volte in giro per il mondo. E quindi è bene ribadire.

E veniamo dunque a noi, anzi a me, oggi. Come forse molti già sapranno, l’anno scorso di quest’epoca ho preso la decisione di dotarmi di un sistema di diffusori (amplificati) definitivo e per sempre. La cosiddetta scelta finale.

Il ballottaggio si è subito ridotto a due differenti sistemi e dopo ATTENTISSIME e diversificate riflessioni, e test, ho scelto le mie attuali NEUMANN KH420 x3 (L – C- R).

Esse sono entrate in funzione nel mio impianto monitor principale la terza settimana dello scorso mese di novembre 2019.

La messa a punto al 92% è stata completata entro il quinto giorno di operatività.

Poi è iniziato il fine tuning, lunghissimo e molto attento. Mi riferisco a microspostamenti di pochi centimetri verso i quattro punti cardinali, variazioni di 2 – 3 gradi dell’inclinazione verso il punto d’ascolto o all’opposto, e infine verifica degli interfacciamenti elettrici, verso l’alimentazione e verso il preamplificatore.

Si tratta di test lunghissimi, perchè dopo ogni variazione, devo dimenticarmi della stessa e lavorare per almeno un paio di settimane e solo a quel punto tornare indietro per capire la reale portata dell’intervento.

E a questo punto le fredde misure strumentali sono ininfluenti: quello che conta è l’esperienza, la conoscenza delle registrazioni, il costante allenamento sul campo della musica reale, quella dal vivo, dalla posizione privilegiata del Tonmeister quale io sono.

Le NEUMANN, comunque, aiutano, proprio per via delle loro caratteristiche intrinseche. Si tratta infatti di uno dei due migliori diffusori esistenti al mondo, senza tema di smentita (gli altri sono gli ATC).

E il loro essere migliori sta tutto nella loro assoluta coerenza e totale linearità e trasparenza. Condizioni che le pongono sul piano di un autentico strumento di misura, nel bene e nel male. Nel bene, perchè una registrazione perfetta vi bloccherà all’ascolto e non potrete mai più ascoltarla con nessun altro sistema. Ma al tempo stesso, ogni più piccolo difetto della registrazione, ma anche ogni più piccola incoerenza nella catene a monte, ti verrà sbattuta in faccia con disarmante crudeltà.

E del resto le NEUMANN nascono esattamente per fare questo sporco lavoro…


Vi tralascio i lunghi mesi di test che mi hanno portato alla “stretta finale” di questi giorni. Stretta finale relativa ai cavi utilizzati per il collegamento preampli –> diffusori. Si tratta ovviamente di cavi di segnale di linea  bilanciati con connettori XLR, essendo le Neumann diffusori multi amplificati con finali di potenza integrati.

Premessa fondamentale è che i pur eccellenti cavi che utilizzavo con il precedente sistema Genelec, per le quali andavano al meglio, si sono rivelati da subito non adatti alle Neumann, probabilmente per problemi di impedenze reciproche e forse anche per la tipologia di isolamento adottato.

Ecco quindi che in ballottaggio, dopo un’attenta preselezione in funzione delle caratteristiche, mi ritrovavo a testare 3 differenti cavi di area cosiddetta Hi-End, tutti e tre blasonatissimi, e 2 differenti cavi di derivazione industriale, ancorchè al vertice delle rispettive famiglie di provenienza.

Non mi interessa qui citare i nomi degli “sconfitti”, perchè sarebbe ingeneroso nei loro confronti, trattandosi di cavi SICURAMENTE di alto valore, ma evidentemente non adatti all’interfacciamento specifico NORMA SC-2 –> NEUMANN KH420.

I due cavi di derivazione industriale (cavi compositi dal costo di circa 30 euro al metro) hanno immediatamente mostrato i loro limiti, e sono quindi subito stati esclusi dalla competizione; intendo dire che si tratta di cavi ottimi in virtù di una loro omogeneità e coerenza, che tuttavia mostrano i limiti nel momento in cui si va a ricercare un parametro per me essenziale, ovvero la ricchezza armonica, che contribuisce in modo determinante a fare la differenza fra la “musica riprodotta” e la “musica realistica”.

E’ una differenza che con certezza risulta inavvertibile con impianti di categorie sotto l’eccellenza, ma che, appunto, quando si hanno macchine per il suono equiparabili a una Formula 1 in assetto da gara, com’è la mia accoppiata Norma + Neumann, fanno, eccome, una GRANDE differenza.

Veniamo ora al confronto fra i tre cavi Hi-End, due americani e uno italiano. Ebbene anche qui ho impiegato veramente poco a capire, tale e tanta e netta era la differenza a favore del cavo Italiano.

E ancora una volta la differenza  vera che me lo ha fatto preferire è l’estrema coerenza, compattezza e rigore. Un cavo che fa veramente il cavo, ovvero non ambisce a un ruolo da prima donna, non ambisce al ruolo di “componente”, ma “si limita” a trasferire il segnale per come è.

Anche questa sembra una banalità, ma, credetemi, non lo è. E lo si capisce ascoltando gli altri due cavi che invece giocano a rimpiattino in modo molto ruffiano con l’ascoltatore, cavalcando certi precisi gusti e esalatando e/o attenuando determinate gamme sonore, in modo scientificamente subdolo. Al punto che un ascoltatore non scafato e non perfettamente conscio dei risultati necessari da ottenere, può rimanerne affascinato.

Diciamo in estrema sintesi che si tratta di cavi assolutamente non coerenti, in modo pur raffinato e furbo.

Purtroppo caratteristiche che io rifuggo come la peste, sia per mia indole, che per necessità professionali.-

Resta naturalmente da specificare una considerazione molto importante: sono forse incompetenti coloro che progettano cavi NON coerenti, tipo gli americani di questa prova (peraltro COSTOSISSIMI)? Certo che no! Si tratta infatti di cavi nati per andare ad interfacciarsi in catene altrettanto, e specularmente, incoerenti… Ipotesi, vi garantisco, essere la norma in ambito Hi-End… In Veneto diciamo: “do’ storti fa un guaivo…” (trad: due situazioni  asimmetriche sommate fra loro possono creare una situazione lineare)

In una rarissima catena improntata al massimo rigore e coerenza, come è la mia, solo un cavo altrettanto rigoroso e coerente può trovare il proprio giusto spazio.


Ma vorrei concludere cercando di far capire in cosa si traduce tutto questo rigore. E lo faccio anche citando il test finale che ho deciso di fare, quello veramente definitivo e inappellabile: ovvero l’ascolto schietto e “ignorante” di una persona estremamente sensibile alla Musica, quella vera, ma TOTALMENTE AVULSA e LONTANA dalle tematiche hi-fi.

Questa mattina ho infatti invitato ad un ascolto a confronto, come si dice in “singolo cieco” una “nota cantante giovane a me vicina”… una a caso… (grazie Chiara!!!), e l’ho piazzata al vertice del triangolo e le ho detto: Adesso ti farò ascoltare TRA I RICORDI E I PERCHE’ (ndr: traccia 2 del nuovo disco, archi, piano, contrabbasso, batteria e voce) due volte e tu poi mi dovrai dire

  1. se senti differenze;
  2. che differenze senti;
  3. quale dei due ascolti preferisci”

E con disarmante semplicità e sicurezza – senza nessuna esitazione – Chiara ha rilevato immediatamente nel cavo italiano (ma lei non sapeva che la differenza risiedesse nell’uso di due cavi differenti: per quello che ne sapeva lei poteva essere una sorgente e/o un amplificatore diverso…), un suono più tridimensionale, meno aggressivo e in pratica più realistico, riconoscendo la voce riprodotta da quel cavo come la più vicina alla voce di se stessa che lei ben conosce.


Ecco… la differenza sta tutta nel naturale sviluppo dei suoni armonici che contribuiscono in modo determinante nel ricreare lo spazio fisico, la scansione degli spazi sonori corretti e non ultima una corretta riproposizione della microdinamica che offre al suono la tipica velocità che lo avvicina al suono reale, dal vivo.

Il test finale con qualcuno sensibile alla musica ma lontano dalle tare audiofile è FONDAMENTALE per mantenere i piedi bene a terra e non farsi sviare da possibili autosuggestioni.

Il cavo di cui ho parlato finora, nuovo cavo fra pre NORMA SC-2 e NEUMANN KH420 è il nuovo top di gamma di FABER’S CABLE modello “IL QUINTO ELEMENTO”, come al solito concepito e realizzato dal grande Fabrizio Baretta.

Questo significa che i cablaggi della mia linea principale sono ora tutti italiani, infatti la formazione finale prevede:

WHITE GOLD TIGHT (evoluzione nobile della serie Infinito FII) fra DAC e PRE

FABER’S CABLE “IL QUINTO ELEMENTO” fra PRE e DIFFUSORI AMPLIFICATI

Con buona pace di tutti i pur ottimi altri.

Ah, qualcuno mi chiede i prezzi… boh… non lo so ancora… Fabrizio non me lo ha ancora detto…

Scherzi a parte, si tratta di cavi cari, ma a questi livelli, vi garantisco, diventa una considerazione marginale.

Marco Lincetto

A proposito di Marco Lincetto

Marco Lincetto è il fondatore di Velut Luna. Nasce a Padova nel 1961, figlio del grande compositore e pianista Adriano Lincetto, scomparso appena cinquantanovenne nel 1996. Suona il clarinetto, si diploma al liceo classico e per qualche anno studia giurisprudenza a Bologna. Prima di dedicare interamente la sua vita alla Musica, lavora per diversi anni come fotografo professionista. Specializzato in ritrattistica e foto di reportage, è stato allievo di Franco Fontana e nella seconda metà degli anni ’80 si forma alla bottega di Pino Settanni a Roma. Dal 1995 è alla guida di Velut Luna nei molteplici ruoli di imprenditore, produttore e ingegnere del suono (o, come lui ama definirsi, tonmeister). Oltre che per Velut Luna, è accreditato nei ruoli di Sound Engineer ed Executive Producer per etichette discografiche quali Decca, Cpo, Chandos, Brilliant Classic, ARTS, E1 Music/Koch International Classics, Universal e molte altre.

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