Ho esitato a lungo prima di iniziare a scrivere di questo disco.
Sì, perchè, se è sempre difficile “parlare” della musica, in questo caso lo è ancora di più.
E’ assolutamente impossibile, infatti, classificare questo progetto all’interno di un genere musicale preciso: del resto questo era esattamente l’obbiettivo del musicista che ne è autore e principale interprete. Partiamo dunque parlando di lui, di David Beltran Soto Chero.

David è un chitarrista (e già con questa definizione mi ritrovo a delimitare l’attività di un artista in realtà poliedrico, polistrumentista ed autore) nato e cresciuto in Perù, poi trasferitosi qui da noi un po’ di anni fa. E oggi vive stabilmente in Italia, che ha eletto a sua seconda patria.
Il suo campo d’azione artistica si muove agilmente fra il jazz, la musica etnica della sua terra, la musica sud americana ad ampio spettro, compreso il samba ed il tango, di cui è valentissimo interprete. E per questo motivo molti e differenti sono i gruppi musicali con cui opera.
Poi è successo che un giorno di circa due anni fa, dopo che ormai da anni collaboriamo insieme, si è presentato a casa mia facendomi un discorso molto convinto e deciso. Ovvero: “Arrivato a 30 anni sento la necessità di fissare in un’opera unitaria tutto il mio mondo creativo… però non chiedermi di dirti come classificare questo mondo, perchè credo che sia impossibile…”
E normalmente queste sono le premesse artistiche che più mi appassionano… e basta dare uno sguardo al mio catalogo per capirlo. I non pochi dischi di questo tipo che ho prodotto sono la croce e l’incubo dei negozianti, siano essi tradizionali o virtuali nel web, perchè non sanno mai in che settore del negozio posizionare il “prodotto”. Bene così, dico io, avanti con lo spinnaker gonfio!

Ma entrando nel merito di Migajas, diciamo subito che si tratta di un’opera concept, ovvero un unica opera musicale divisa in 4 suite, molto differenti fra loro. E le quattro suite sono a loro volta divisibili per numeri pari e numeri dispari, infatti la 1 e la 3 sono caratterizzate da suoni più aggressivi, in parte elettrici ed elettronici, mentre la due e la 4 sono interamente acustiche e virano come umori e sensazioni verso un contatto più diretto con la Terra di provenienza di David, ovvero le Ande.

La Suite 1, pur divisa in 4 tracce (Cancon Para Las Cunas I – Fierro – Cancion Para Las Cunas II – Proclamacion) si presenta all’ascolto in un unico movimento musicale di una decina di minuti.
E’ il brano forse più ostico, che sposa le istanze della musica classica d’avanguardia. Sono presenti suoni elettronici evocativi – la cosiddetta “live electronics” – insieme a suoni acustici. La melodia è spesso spezzata in frasi dissonanti e acide, la struttura armonica è complessa e mai banale, la ritmica variegata e sorprendente, la voce dell’ottimo Michele Brugiolo rende omaggio alla tecnica di canto del Demetrio Stratos più avanguardista, quello dei suoni diploidi.
E’ una suite al tempo stesso ostica, ma stimolante. E non a caso è stata posizionata in apertura del disco, proprio per mettere subito in chiaro che Migajas non è il solito disco del solito chitarrista sudamericano. Importantissimo anche il testo scritto appositamente da Gualtiero Bertelli.
David qui suona la chitarra acustica ed è accompagnato appunto da Michele Brugiolo alla voce, da Mike Applebaum alla tromba, da JiAndri alla chitarra elettrica ed al live electronics, da Pasquale Cosco al basso fretless e da Marco Quarantotto alla batteria.
Prima di procedere voglio però spiegarvi cos’è il live electronics. In pratica JiAndri suona la chitarra elettrica che però viene filtrata attraverso un programma all’interno di un computer che rielabora il suono della chitarra in un caleidoscopio di suoni differenti e non riconducibili ad un qualsiasi strumento tradizionale; suoni, che vengono poi diffusi nell’ambiente attraverso un sistema di diffusori, appunto, “ambientali” e vengono catturati per la registrazione con alcuni microfoni, esattamente come si fa con qualsiasi strumento acustico tradizionale. E’ una modalità espressiva elaborata fin dagli anni ’50, nell’ambito della musica contemporanea e ad esempio vede nel “Prometeo” di Luigi Nono una delle sue massime espressioni artistiche.

La Suite 2 è decisamente più acustica, nell’impronta strumentale, anche se compaiono sporadicamente alcune incursioni della chitarra elettrica di JiAndri rilaborata dal computer. In questo brano, a sua volta diviso in tre movimenti senza soluzione di continuità (Armen – Retama – La espada de oro) compaiono strumenti della tradizione sudamericana; in particolare il charango (una sorta di mandolino) ed il ronroco (una percussione fatta da strumenti di legno) suonati da Amilcar Soto Rodriguez, e poi il batà (una specie di congas) e l’udu (il classico “vaso” di terracotta) suonati dal percussionista cubano Antonio Josè Molina ed infine ancora la chitarra acustica di David ed il contrabbasso di Pasquale Cosco.
Se vogliamo è proprio il contrabbasso che fa da trade union ai vari momenti della suite: apre con un lungo assolo iniziale e poi si mantiene come vero e proprio collante della suite.
La musica qui vira verso quello che potremmo definire etno-jazz, ricordando, giusto per intenderci, certe proposte della prima ora di Pat Metheny, senza tuttavia rischiare la banalità, anche e proprio in virtù dei suoni di chitarra molto differenti da quelli di Metheny. Diciamo che ci sono alcune affinità elettive di tipo musicale, però profondamente rivedute nei suoni.
La suite si conclude con un solo di chitarra classica, assolutamente vicino alle composizioni più classiche per questo strumento.

La Suite 3 si apre in modo sferzante con un vero e proprio funky al ritmo di tredici ottavi, eseguito con la più classica delle formazioni, ovvero il cosiddetto power trio, composto da chitarra elettrica (David), basso elettrico (Pasquale Cosco) e batteria (Marco Quarantotto). Il movimento di intitola Toni Nokia, evocativo esattamente di quello che pensate, ovvero il celebre telefono portatile. Il secondo movimento della Suite che si intitola Una mujer, ripropone un assolo di chitarra acustica da parte di David: è quasi un interludio verso l’ultimo movimento Era dell’Italia, in cui ricompare la voce. In questo caso però non c’è un testo, la voce è vocalizzante, è usata come uno strumento dall’eccellente Violeta Grecu, che poi suona anche la cobza, una sorta di mandola. Sono poi presenti ancora David alla chitarra acustica, Giovanni Cenci alla chitarra semi-acustica, Pasquale Cosco al basso e Marco Quarantotto.
Il brano è quasi un omaggio al famosissimo “Samba de uma nota sol”, ovvero è costruito su un un’unica nota attorno alla quale girano una serie di armonizzazioni da parte dei vari strumenti.

La Suite 4 può essere definita come il movimento del cuore. Qui David ritorna con forza e ispirazione alla musica più tradizionale della sua terra. La formazione è infatti caratterizzata dal tipico suono del charango, che è suonato sia da David che Amilacr Soto Rodriguez, accompagnati solamente dalla chitarra classica di Giovanni Cenci e dal contrabbasso di Pasquale Cosco. Anche in questo caso tre movimenti: Prelude – Migajas de Luna – Reso. Quest’ultimo movimento si chiude con l’emozionante voce di Amilcar che intona questa sorta di preghiera alla Natura.

Detto tutto ciò, come si fa a parlare di tecnica? Ma soprattutto: come si fa a mettere insieme un progetto così complesso e disomogeneo, volendo mantenere il più possibile il contatto con i suoni reali? Semplicemente semplificando.

Non ho avuto esitazioni nè dubbi nel decidere fin da subito di allestire un autentico palcoscenico su cui disporre i musicisti di volta in volta e farli suonare assolutamente live, insieme, nel medesimo tempo e spazio. Era questa l’unica strada percorribile, anche per evitare di ritrovarsi in men che non si dica “lontani dalla musica”.
Certo, strumenti così differenti, caratterizzati da escursioni sonore drasticamente sproporzionate l’una con l’altra (si pensi solo all’esiguità del suono della chitarra acustica ed il devastante impatto delle percussioni batà…), hanno comportato l’utilizzo di molti microfoni, pur sempre rapportati alla mia fida coppia di omnidirezionali in configurazione stereo, come si dice “over all”.
Però in questo caso la coppia stereo serve sostanzialmente a dare omogeneità ed a caratterizzare l’ambiente in cui si è svolto il tutto: il suono principale è catturato dai microfoni cosiddetti “close”, ovvero posizionati vicini agli strumenti. E questi sono stati i più vari nelle più differenti configurazioni di ripresa, anche se devo sottolineare che di fatto ogni strumento era ripreso da coppie di microfoni, non già da uno solo, in differenti configurazioni stereofoniche (XY, soprattutto, ma anche A-B stretto). Diciamo che ho creato dei “microcosmi” di riprese stereo, poi sommate fra loro.
Va da sè che è impossibile pensare di registrare e mixare contemporaneamente un progetto di questo tipo, per vari motivi, principale di questi il necessario, preciso, controllo delle corrette fasi di ogni singolo segnale microfonico catturato.
Questa necessità ha fatto sì che la ripresa sia stata effettuata su un sistema digitale multitraccia, in particolare 16 o 24 tracce, utilizzando come convertitori AD/DA sia l’Apogee AD16X – DA16X che il Lynx Aurora 16.

In sede di missaggio, che è stato fatto in dominio analogico con mixer Neve, all’interno della workstation digitale, prima di mixare insieme i singoli suoni, le singole tracce sono state riallineate in fase con l’utilizzo di differenti delay digitali: questo per evitare fastidiosi problemi di filtraggio a pettine dei suoni.
Dopo il mix in dominio analogico, il risultato stereo è stato riacquisito in digitale a 24/88.2 con il convertitore di riferimento Prism Sound AD2 Dream ed il suono non è stato più toccato. Questo comporta che questo Cd sia un autentico campione di dinamica, che risulta assolutamente superiore alla maggior parte dei dischi di questo tipo di musica.

Timbrica ed immagine sonora.
Beh, come dicevo, il mio scopo come sempre è la massima aderenza a quanto si poteva ascoltare nella realtà. Quindi per quanto riguarda la timbrica mi sono affidato sostanzialmente a microfoni Schoeps e Neumann, che garantiscono la massima fedeltà ai suoni nativi degli strumenti e per quanto riguarda l’immagine sonora ho fatto in modo che i differenti strumenti siano sempre immediatamente identificabili e collocabili nello spazio compreso fra i due diffusori del vostro impianto, ben spaziati anche in altezza ed in profondità fino ad almeno mezzo metro sopra le vostre teste ed un paio di metri dietro al vostro impianto.
L’unica eccezione, se così si può dire, riguarda la live electronics, ovvero i suoni “elettronici” che potete ascoltare nella prima e seconda suite. Questi erano diffusi nello spazio da quattro diffusori spaziati a semicerchio sul “palcoscenico” e quindi noterete come anche nel disco risultino “ondivaghi” e piuttosto diffusi ovunque, a svolgere quella funzione di “tappeto sonoro” per cui a tutti gli effetti nascono.

Acquista ora:

Acquista su iTunesAcquista su HDtracksAcquista su Velutluna.it


Pubblica un tuo commento

Articolo successivo
Articolo precedente