Questo è un disco che amo molto ed ho amato produrre e registrare.

Innanzitutto parliamo della Musica. Bhè, che dire… la letteratura originale per questo particolare duo cameristico, chitarra classica e pianoforte, è veramente ridotta. E quindi preziosa. Il fatto di proporre in questa produzione ben 4 composizioni inedite ed originali, due della quali addirittura composte appositamente per questi splendidi interpreti mi dà già grande soddisfazione. Se a questo aggiungiamo che le musiche sono pure bellissime…

Vi garantisco che scrivere per questi due strumenti non è facile. Chitarra e pianoforte sono proprio lontanissimi come carattere sonoro, non foss’altro che per il fatto che l’una e l’altro possiedono una capacità di emissione sonora rapportata su scale proprio differenti. Sì, insomma, per dirla facile, sono proprio lontane fra loro le sonorità dei due strumenti: è pressochè inesistente un loro amalgama naturale, completamente differente il volume sonoro sviluppato, tutte cose che inevitabilmente portano a rendere differente il modo di ‘pensare’ o di costruire le armonie. Insomma, messi insieme, pianoforte e chitarra sembrerebbero risultare quasi incompatibili.

Nonostante ciò, diversi compositori, soprattutto nel Novecento, sono riusciti a comporre brani di eclatante bellezza ed equilibrio, grazie ad un accurato e spesso geniale lavoro sui ‘pieni’ e suoi ‘vuoti’ dei rispettivi strumenti, dedicando molta attenzione al dialogo fra i due, mai convenzionale, spesso giocato su una sapiente alternanza dei ruoli all’interno dello scambio musicale, trovando letteralmente gli “spazi” sonori fra pause e silenzi, pianissimi e fortissimi in aggraziata alternanza dei ruoli.

Questo disco propone appunto una serie di queste gemme sonore, tutte composte da autori italiani del nostro ‘900 e fino ai giorni nostri. Ma per ben descrivere i contenuti musicali, mi affido alla sagge parole di Ennio Speranza, che ha scritto un bellissimo testo che troverete nella sua completezza all’interno del booklet del CD.

Il viaggio comincia proprio nel 1950 con uno dei compositori che, volente o nolente da parte sua, ha maggiormente legato il proprio nome a quello della chitarra, ossia il fiorentino Mario Castelnuovo-Tedesco (1895-1968) che scrisse la Fantasia op. 145 in due brevi, sapidi movimenti dedicandola ad Andrés Segovia e alla moglie pianista Francesca ‘Paquita’ Madriguera Rodon. Un miracolo di equilibrio che risente di ineludibili influssi francesi ma che mostra anche una estroversa e personale ispirazione lirica, sempre in bilico tra atmosfere spagnoleggianti e una cantabilità tutta italiana, anzi, per meglio dire toscana.

Altro brano ‘coniugale’ che si fregia del titolo di Fantasia è la pagina in un singolo movimento che il compositore bresciano Franco Margola (1908-1992) scrisse nell’ottobre 1979 e che fu dedicata al duo formato dal chitarrista Guido Margaria e dalla moglie Emilia. Si tratta di un quieto lavoro dalle movenze neobarocche in cui la scrittura, mostra comunque una mano felice nel far dialogare i due strumenti invero cercando scaltramente più una costante alternanza che un’effettiva sovrapposizione. Altro brano dedicato al duo Margaria è il breve Improvviso, composto tra il novembre 1979 e la primavera del 1980, che poco si discosta dalle atmosfere del precedente.

Un’altra Fantasia – e altro brano dedicato al duo Margaria – è la composizione che il piemontese di origini transalpine Carlo Mosso (1931-1995) scrisse nel 1980. Una pagina meditativa e inquieta, lignea, ricolma di arcaismi e allo stesso tempo portatrice di una rassegnata modernità, volutamente scabra, costruita intorno a poche cellule melodiche sviluppate attraverso un percorso modale che in alcuni punti ricorda sia il linguaggio dello svizzero Frank Martin sia l’amato Gian Francesco Malipiero.

Il Divertimento a due del padovano Adriano Lincetto (1936-1996) composto nel 1981 e suddiviso in tre movimenti (Molto lento. Poco mosso – Allegro molto – Finale. Molto moderato e cantabile. Allegro vivo) è senza dubbio un lavoro meno sibillino, lontano da ogni complicazione sia moderna sia postmoderna, tessuto con un linguaggio modale in cui si contano numerosi accordi di settima.

Questa ricca antologia si chiude con due brani scritti espressamente per Lapo Vannucci e Luca Torrigiani e a loro dedicati. Il silenzio del tempo del torinese Luigi Giachino (1962) risale al 2015 ed è una suite in quattro tempi tinta di venature jazz e di sapori quasi impressionisti.

Affatto diverso è Winter Time del siciliano Giuseppe Crapisi (1967), che in una incisiva pagina di circa sei minuti miscela gesti ripetitivi e caparbi tipici del minimalismo a una vena più elegiaca. In questo caso i due strumenti raramente si alternano, trovandosi spesso a tessere le loro trame ora delicate ora ritmiche per lo più in contemporanea.

chitarra e piano_studio 1

A questo punto, fatemi parlare anche po’ di tecnica… Perchè se l’oggettiva differenza di sonorità dei due strumenti pone problemi ai compositori, altrettanto accade per il povero ingegnere del suono che deve riprenderli ed anche, in definitiva, per il pubblico che si trova ad assistere dal vivo ad un concerto di chitarra classica e piano. Al punto che, nelle moderne sale da concerto di oggi, spesso molto grandi, e quasi sempre dotate di pianoforti grancoda, si sceglie di sostenere l’emissione della chitarra con una sapiente amplificazione adeguata. Pena il rischio di perdersi la musica nella sua interezza…

In sede di registrazione, invece e naturalmente, l’amplificazione è sostituita da microfoni dedicati e posizionati piuttosto vicini agli strumenti. Nel nostro caso ho cercato comunque di rendere tutto ciò il più naturale possibile.

I due protagonisti erano posizionati in modo piuttosto classico sul palcoscenico ideale, entrambi centrali, con la chitarra di fronte al pianoforte un po’ davanti alla cosiddetta “ansa” dello strumento a 88 tasti. Ed ho quindi usato per la ripresa solo 4 microfoni, in particolare due coppie stereofoniche, di cui la prima posta abbastanza vicina alla chitarra che di fatto fungeva anche da “main” per il suono dell’ambiente, mentre la seconda era posizionata a circa un metro dalla cassa armonica del pianoforte, per garantire il necessario dettaglio e la corretta ripresa dell’anima percussiva dello strumento, a cui io tengo molto. In sede di missaggio ho poi naturalmente provveduto ad inserire l’indipensabile delay sui microfoni del pianoforte, per riallineare in fase perfetta i quattro segnali ottenuti.

Ecco quindi che il suono finale garantisce una chitarra in primo piano, molto presente, ed un pianoforte appena arretrato, ma sempre dettagliato. Un suono “da studio”, che però rispetta in toto i segnali di ambienza originali.

 

Infine, ma, come si dice, last but not least,non possiamo dimenticare di parlare dei due meravigliosi interpreti di qusto disco, Lapo Vannucci alla chitarra e Luca Torrigiani al pianoforte.

Lapo e Luca 1Preziosi solisti e apprezzati docenti dei loro strumenti, Dal 2010 Lapo Vannucci e Luca Torrigiani formano un duo nato da una profonda amicizia, con l’intento di esplorare nuovi ambiti della musica per chitarra e pianoforte.
Entrambi laureati con lode al Conservatorio “Luigi Cherubini” di Firenze, approfondiscono gli studi presso prestigiose istituzioni musicali quali l’Accademia “Incontri col Maestro” di Imola, la Scuola di Musica di Fiesole, l’École Normale de Musique de Paris “Alfred Cortot”.
Parallelamente all’intensa attività solistica, come duo si esibiscono regolarmente in Italia e all’estero, ricevendo ovunque unanimi consensi. La critica ne esalta la grande capacità comunicativa e l’attenzione costante alla bellezza del suono. Particolarmente attivi nell’ambito della musica contemporanea, hanno eseguito in prima assoluta brani a loro dedicati dei compositori Luigi Giachino e Giuseppe Crapisi (che appunto ritroviamo in questo disco). Con la Filarmonica “Ion Dumitrescu” di Râmnicu Vâlcea e la Filarmonica “Mihail Jora” di Bacău hanno eseguito “Tre Paesaggi”: un concerto per chitarra, pianoforte e orchestra d’archi scritto per il duo dal compositore Francesco Di Fiore.

Ultima nota importante: Lapo Vannucci suona una chitarra di liuteria giapponese Masaki Sakurai Model Maestro-RF, specificamente costruita per lui dal maestro liutaio giapponese. Luca Torrigiani suona invece l’ormai noto pianoforte residente nello studio di Preganziol, il bellissimo Steinway & Sons D274 Concert Grandpiano, costruito a New York nel 1928.

 

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Il disco è disponibile su tutti gli store on line (iTunes, spotify, etc.) e per l’acquisto in formato CD nel nostro sito qui:

http://www.velutluna.it/index.php?c=7a&l=ita&id_cat=1&id=303

 

Marco Lincetto

A proposito di Marco Lincetto

Marco Lincetto è il fondatore di Velut Luna. Nasce a Padova nel 1961, figlio del grande compositore e pianista Adriano Lincetto, scomparso appena cinquantanovenne nel 1996. Suona il clarinetto, si diploma al liceo classico e per qualche anno studia giurisprudenza a Bologna. Prima di dedicare interamente la sua vita alla Musica, lavora per diversi anni come fotografo professionista. Specializzato in ritrattistica e foto di reportage, è stato allievo di Franco Fontana e nella seconda metà degli anni ’80 si forma alla bottega di Pino Settanni a Roma. Dal 1995 è alla guida di Velut Luna nei molteplici ruoli di imprenditore, produttore e ingegnere del suono (o, come lui ama definirsi, tonmeister). Oltre che per Velut Luna, è accreditato nei ruoli di Sound Engineer ed Executive Producer per etichette discografiche quali Decca, Cpo, Chandos, Brilliant Classic, ARTS, E1 Music/Koch International Classics, Universal e molte altre.


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