LO SPETTACOLO

Decisa caduta verso il basso rispetto alla prima serata. E la colpa è strettamente legata ai cosiddetti “superospiti”. Ora, qualcuno mi dovrebbe spiegare perchè un artista strutturalmente mediocre, e neppure di così significativo successo di massa come Biagio Antonacci, possa meritare il ruolo di “superospite”. Da 30 anni scrive e canta sempre la stessa banalotta canzoncina. E’ stonatello anzichè no… Mah…

E poi l’ORRORE di Coppoliana memoria… l’ORRIDO di Dantesca evocazione… Ovvero: Il Volo. Questi tre arroganti, ignoranti, inascoltabili parti osceni della peggior televisione nazional-popolare degli ultmi 20 anni, quella che ha sbattuto le scimmiette ammaestrate in video dopo le otto e mezza di sera, sdoganando l’ultimo tabù di un’infanzia violata dal voyerismo più recondito di troppe mamme frustrate… I tre sedicenti “tenori” o “tenorini” ci portano oggi a toccare il vertice del fastidio fisico, derivante dalle loro voci alternativamente ingolate, piuttosto che sguaiate, piuttosto che incolori, mentre si impegnano con sadico entusiasmo a fare scempio in modo molto democratico di tutto quello che toccano, partendo da Puccini per arrivare a Sergio Endrigo, con la complicità colpevole di un Baglioni fuori controllo. Il vero dramma assoluto, a latere di questa esibizione, è tuttavia rappresentato dal planetario successo internazionale di questi tre mostri: a riprova che la perdita del gusto è di dimensioni globali e non solo nazionali. Il che non mi arreca proprio nessuna consolazione, anzi, se possibile, aggrava la mia depressione ed il mio senso di vergona e sconfitta per il solo fatto di condividere pur involontariamente la nazionalità italiana con costoro.

Lo spettacolo si è poi perso nella noia di uno Sting dozzinale che ha marcato il cartellino della marchetta di turno, di un Mago Forrest ripescato dall’oblio in cui merita di restare, di un Vecchioni che blatera a caso di reconditi sensi di colpa da maschio rappresentante dell’intellighezia di una sinistra radical chic d’accatto.

A salvare molto marginalmente un disastro di dimensioni francamente non prevedibili nella giornata d’apertura, si impegnano, bene, la solita Hunziker e un sempre più impeccabile Favino. E poi il rapido squarcio di luce dell’ultraottantenne Pippo Baudo che da solo rimpie e tiene la scena come nessun altro e ci rimanda a giorni decisamente migliori di questo comunque importante Festival di Sanremo. Troppo poco: non si può vivere di sola nostalgia… Speriamo domani in un “rimblazino” postivo, come da finanziaria tradizione…

LA MUSICA

E’ il turno dei giovani e i primi due sul palco, Lorenzo Baglioni e Giulia Casieri, lasciano ben sperare. Il primo propone una canzone dal testo finalmente non banale che con leggerezza affronta, da novello Maestro Manzi, il dramma dell’ignoranza sempre più diffusa fra i giovani d’oggi, che non sanno nemmeno più parlare la lingua natia, perduti fra i neo-geroglifici smart del lessico della rete. La musica è garbata, la struttura del brano molto tradizionale (finalmente), con un vago, ma piacevole sapore gospel, offerto dall’intreccio vocale del coro di accompagnamento. Molto bene.

La seconda, Giulia Casieri, pur servita da un canzoone piatta, banalmente adagiata su un rap-soul borderline de’ noantri, colpisce per l’autorevolezza del suo porsi e per un notevole controllo vocale sia della melodia, ovvero dell’intonazione, sia del ritmo, sempre preciso e dotato di groove importante, in un brano, comunque, per nulla facile da cantare.

Gli altri due, invece, Mirkoeilcane (??? ma si può…???!!!) e Alice Caioli, ci riportano con i piedi per terra verso la mediocrità più consueta. Nel caso del Primo dei due citati siamo proprio al cospetto del caso umano più pietoso: per tutta la “canzone”, se si può impropriamente chiamare in questo modo questo brano, NON canta MAI; ma neppure reppa… semplicemnte “parla”… Ora, se voleva ispirarsi al compianto Faletti di “Signor Tenente”, qualcuno dovrebbe informarlo che di Faletti ce n’è stato uno e uno solo, non ripetibile. Terribile.

Infine la seconda… boom! eccoci nuovamente al modello standard amicixfactor: canzone da zero asoluto, senza capo nè coda, scritta per farci subire impotenti i singulti sussurrati e parlati dell’intro e le urla sgraziate di strofa e ritornello. Voce totalmente fuori controllo, stonata laddove dovrebbe proprio non esserlo. Bocciata. Da me. Ma promossa prima (!!!) dai voti del pubblico…

Sic Transeat Gloria Mundi…

 

Post Scriptum:

abbiamo recuperato Nina Zilli e Diodato-Roy Paci che ci eravemo persi ieri… Nina Zilli merita veramente il mio disprezzo artistico… Devo dire che mi è sempre stata lì, proprio su quel posto lì, normalmente nascosto alla vista dei più. Con questa canzone allineata alle mode del momento, a mezza strada fra quella di “dagli al maschio molestatore” e la più tradizionale di “io sono mia” di sessantottesca memoria, riesce a mostrare alla perfezione quell’odiosa immagine da frikkettona con il Cartier o Komunista col Rolex… Inoltre, se abitualmente, almeno dal punto di vista tecnico, risulta abbastanza corretta, questa canzone, scritta peraltro MALISSIMO dal punto di vista musicale, le fa mettere in luce un vibrato fastidiosissimo e fuori luogo, forse adotatto per camuffare un controllo molto latitante delle continue modulazioni, messe lì, appunto, da una scrittura meschina. Pessima.

Sul povero Diodato non mi sento di infierire: sarebbe come sparare sulla Croce Rossa. Veramente, sembrava un pulcino bagnato che si chiedeva cosa ci stesse a fare lì. Non ne ha beccata una, di nota, e l’imbarazzo sul suo volto faceva quasi tenerezza. Peggio, se possibile, Roy Paci, che nella malcelata intenzione di emulare i grandi trombettisti pop del passato, fallisce miseramente in una prestazione mediocre, contratta, stonata. Spero per lui che fosse solo una serata no.

 

NOTA A MARGINE IMPORTANTE: Ogni singola parola da me scritta in questa recensione attiene a quello che spero possa oggi considerarsi ancora un “libero diritto di critica musicale” rivolto ad artisti che si espongono pubblicamente, e mediaticamente, su scala nazionale/mondiale. Inoltre ogni singolo pensiero espresso ha a che fare ESCLUSIVAMENTE con la sfera artistica e pubblica delle persone nel momento del loro pubblico esporsi, oggetto di critica, sia nel bene, che nel male. Va quindi escluso che io possa indicare qualunque forma di censura, astio, o, peggio, avversione verso le singole persone, la cui sfera privata, singolo carattere e comportamento privato, non conosco e non mi interessano. Come si dice, “niente di personale”: solo osservazioni, anche caustiche, sull’aspetto strettamente artistico, valutato in termini assoluti, secondo i miei personali paramentri di giudizio, frutto a mia volta del mio lungo percorso personale di crescita nel mondo della Musica e che valgono in modo direttamente proporzionale alla considerazione e rispetto che chi legge può avere nei miei confronti.
Marco Lincetto

A proposito di Marco Lincetto

Marco Lincetto è il fondatore di Velut Luna. Nasce a Padova nel 1961, figlio del grande compositore e pianista Adriano Lincetto, scomparso appena cinquantanovenne nel 1996. Suona il clarinetto, si diploma al liceo classico e per qualche anno studia giurisprudenza a Bologna. Prima di dedicare interamente la sua vita alla Musica, lavora per diversi anni come fotografo professionista. Specializzato in ritrattistica e foto di reportage, è stato allievo di Franco Fontana e nella seconda metà degli anni ’80 si forma alla bottega di Pino Settanni a Roma. Dal 1995 è alla guida di Velut Luna nei molteplici ruoli di imprenditore, produttore e ingegnere del suono (o, come lui ama definirsi, tonmeister). Oltre che per Velut Luna, è accreditato nei ruoli di Sound Engineer ed Executive Producer per etichette discografiche quali Decca, Cpo, Chandos, Brilliant Classic, ARTS, E1 Music/Koch International Classics, Universal e molte altre.


Pubblica un tuo commento

Articolo successivo
Articolo precedente