LO SPETTACOLO

Luci e Ombre. Partiamo dalle ombre. Due, ma tanto grandi. Innanzitutto l’improvvisato, raffazzonato, fastidioso assalto di un gruppo di carneadi virago, guidate da una Hunziker nel suo lato più doloroso e oscuro e per nulla interessante di post-femminista “vestita Trussardi”: banalità stonate e fuori tempo in un minestrone, che appare piacevole tanto quanto può esserlo quando ingurgitato da un colitico grave… Da dimenticare al più presto.

E poi quei tre minuti in cui il mondo collegato con Sanremo ha temuto che uno dei più grandi autori di canzoni, e interprete sublime, oggi vivente nel mondo, ovvero James Taylor, avesse firmato la fine della sua carriera nell’infamia più nera con una versione ALLUCINANTE de “La donna è mobile” in chiave simil-country, con la voce di Stan Laurel e l’accento di Alberto Sordi quando vuo’ fare l’ammerigano… Poi, dopo questa autentica allucinazione da trip lisergico post-datato, PER FORTUNA, è tornato in sè e anche grazie ad una Giorgia Todrani che ci ha ricordato che in Italia esistono ANCORA i grandi interpreti, ci ha offerto una meravigliosa versione di un immortale capolavoro della storia della canzone come “I’ve Got A Friend”. Certo, la voce di Taylor perde qualche colpo e in un paio di accordi non ha centrato perfettamente l’intonazione, ma chi se ne frega… L’ultima delle tante volte che l’ho visto in concerto dal vivo, tre o quattro anni fa, regalò alla platea di Padova due ore e mezza di musica e suoni impeccabili. E tanto mi basta.

L’altra perla, forse la più luminosa di questi tre giorni, l’abbiamo però potuta ammirare alla fine, quando è salito sul palco, a mezzanote suonata, quel gigante indiscutibile che risponde al nome di Danilo Rea, che con poche note pennellate sugli 88 tasti del primncipe degli strumenti ha ricordato al mondo cosa vuol dire “fare Musica”. Ma non solo: perchè al microfono c’era anche un anziano signore di 82 anni che risponde al nome di Gino Paoli, che quando non fa politica e soprattutto quando non parla, ma, semplicemente, canta, inchioda chiunque in un angolo bagnato dall’emozione più pura. Il tutto enfatizzato dalla meraviglia di brani immortali come ad esempio quel capolavoro mai abbastanza valutato come tale de’ “Il Nostro Concerto” di un autore altrettanto ingiustamente bistrattato come Umberto Bindi, troppo controcorrente per poter essere pienamente apprezzato in un’Italia infangata dall’indegna presenza del vaticano e delle sue coorti di lacchè e codini falsi. E’ incrdibile come per Gino Paoli il tempo sembri non passare: la voce non solo è intatta, ma è ancora più ricca ed espressiva, senza perdere alcun vigore, di quando di anni ne aveva un terzo. E Baglioni in questo idillio fra Rea e Paoli ha saputo entrare in punta di piedi, con discrezione sublime, completando un terzetto che resterà nella storia della televisione italiana e del Festival Di Sanremo – tutto maiuscolo.

LA MUSICA

Note dolenti per quanto riguarda i ‘gggiovani. Ieri sera mi ero illuso, stasera sono tornato con i piedi per terra. Prima di entrare nello specifico, però, spezzo una lancia a favore di questi ragazzi, che a mio parere sono AUTENTICHE VITTIME designate di un sistema che si è completamente perduto negli ultimi 10 anni. Dall’avvento dei famigerati talent show, la spietata industria discografica ha finalmente trovato il modo per arricchirsi scientificamente giocando su calcoli mirati di natura squisitamente promozional-finanziaria (tanti passaggi tv = tante copie vendute) lavorando a creare personaggi stereotipati standard, laddove gli stereotipi sono quelli stessi che le major creano e impongono alla massa dei (giovani) consumatori di questi prodotti, in un circuito chiuso tanto virtuoso, quanto diabolicamente perverso e malevolo. Si è completamente azzerata la ricerca dell’opera d’arte o del grande interprete: anzi, la direzione ormai imposta è verso musiche, canzoni , strutturate e finalizzate ad un’effettistica di presa immediata, ma anche calcolate consapevolmente per non lasciare il segno, non lasciare il ricordo sul lungo termine, perchè fra un anno ci saranno ALTRI brani da vendere e ALTRI interpreti da piazzare, facce sempre uguali, tipi equivalenti, da collocare e vedere nello spazio flash di un’edizione talent e dei tre mesi successivi. Fino ai nuovi provini della nuova edizione. Ecco quindi che in Italia, e nel mondo, non ci sono più autori veri, ma tecnici del software che programmano sequenze di suoni chiamati impropriamente “musica”, già codificate e standardizzate (e non è un caso se i nomi che vedete sotto alle canzoni siano più o meno sempre gli stessi, travet del personal computer anzichè autori veri).

Quindi, alla fine, i ragazzi non hanno colpe, ma sono le PRINCIPALI VITTIME di questo sistema. Due esempi eclatanti ieri sera li abbiamo potuti vedere in Eva e Ultimo: due ragazzi che anche uno stolto distratto capirebbe essere dotati di talento, forse nel caso di Eva addirittura GRANDE talento. Ma altresì la percezione di “cuccioli abbandonati a se stessi” è immediata a chi, come me, mastica questo mondo con competenza e professionalità da molte, moltissime Lune. E questo mi fa incazzare all’ennesima potenza. Eclatante questo discorso per quanto riguarda il giovane Ultimo, a cui è stata appiccicata addosso una canzone su una tonalità totalmente sbagliata per lui, tale per cui laddove doveva esprimersi sulle note basse e su quelle alte, semplicemente non poteva riuscirci, mandando a puttane un’interpretazione per altri versi interessante.

L’unico che si salva grazie alla propria intrinseca aurea medicritas, è anche colui che, ci scommetto, vincerà, ovvero Mudimbi. Ma, attenzione: si salva perchè asseconda docile lo schema dell’orrore imposto, un trionfo di banalità rap all’acqua di rose, edulcorato anzichè no, ma nero, perdinci, abbiamo l’ “Italiano Nero”… Una volta per sentirici “…Un Italiano, un Italiano vero…” avevamo “…Un Partigiano come Presidente…” e francamente mi sentivo più “a casa”… Quando, invece, oggi, il politically correct imperante, strettamente interlacciato con i piani commerciali degli uomini invisibili che governano il mondo mi fa autenticamente schifo… (…e non dimentico l’anno scorso il mitico “Sergio” l’unico nero al mondo ad andare fuori tempo…). A questo punto, se rap deve essere, arridatece Clementino!

Avanti, siamo ormai oltre la metà. Sta finendo…

NOTA A MARGINE IMPORTANTE: Ogni singola parola da me scritta in questa recensione attiene a quello che spero possa oggi considerarsi ancora un “libero diritto di critica musicale” rivolto ad artisti che si espongono pubblicamente, e mediaticamente, su scala nazionale/mondiale. Inoltre ogni singolo pensiero espresso ha a che fare ESCLUSIVAMENTE con la sfera artistica e pubblica delle persone nel momento del loro pubblico esporsi, oggetto di critica, sia nel bene, che nel male. Va quindi escluso che io possa indicare qualunque forma di censura, astio, o, peggio, avversione verso le singole persone, la cui sfera privata, singolo carattere e comportamento privato, non conosco e non mi interessano. Come si dice, “niente di personale”: solo osservazioni, anche caustiche, sull’aspetto strettamente artistico, valutato in termini assoluti, secondo i miei personali parametri di giudizio, frutto a mia volta del mio lungo percorso personale di crescita nel mondo della Musica e che valgono in modo direttamente proporzionale alla considerazione e rispetto che chi legge può avere nei miei confronti.
Marco Lincetto

A proposito di Marco Lincetto

Marco Lincetto è il fondatore di Velut Luna. Nasce a Padova nel 1961, figlio del grande compositore e pianista Adriano Lincetto, scomparso appena cinquantanovenne nel 1996. Suona il clarinetto, si diploma al liceo classico e per qualche anno studia giurisprudenza a Bologna. Prima di dedicare interamente la sua vita alla Musica, lavora per diversi anni come fotografo professionista. Specializzato in ritrattistica e foto di reportage, è stato allievo di Franco Fontana e nella seconda metà degli anni ’80 si forma alla bottega di Pino Settanni a Roma. Dal 1995 è alla guida di Velut Luna nei molteplici ruoli di imprenditore, produttore e ingegnere del suono (o, come lui ama definirsi, tonmeister). Oltre che per Velut Luna, è accreditato nei ruoli di Sound Engineer ed Executive Producer per etichette discografiche quali Decca, Cpo, Chandos, Brilliant Classic, ARTS, E1 Music/Koch International Classics, Universal e molte altre.


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