LO SPETTACOLO

Dopo l’orrore allo stato puro della gestione Carlo Conti era sempre possibile fare peggio, ma per fortuna non è successo. La nuova direzione artistica confeziona uno show tarato sulla Musica e le tre personalità incaricate di condurlo si dimostrano all’altezza. Tutto fila via secondo un copione ben scritto e ben orchestrato. Favino e la Hunziker  si dimostrano per i grandi professionisti che sono, senza una sbavatura o una caduta di tono. Baglioni fa Baglioni e altro non potremmo chiedergli. Quindi bene così. Corretta e finalmente salvifica la scelta di evitare la solita inutile parata di nani e ballerine e/o di ospiti stranieri spaesati a raccontare il nulla dietro lauto compenso a carico del contribuente nazionale. Il Fiorello nazionale fa il suo, al meglio e come sempre. Bello sapere che c’è.

LA MUSICA

LE COSE BELLE

Ne salvo tre – ed è già un risultato di cui andare felici. Inoltre quelli che salvo mi sono pure piaciuti. E questo è un altro elemento di novità. In testa ci va a buon diritto Max Gazzè, che presenta un brano musicalmente molto buono, venato di molte influenze e a suo modo molto prog. Inoltre ha l’unico testo degno di nota. Per me è già il mio vincitore di questa edizione. Seguono, alla pari pur con toni e motivazioni differenti Mario Biondi e i Decibel.

Biondi presenta un brano strardinario musicalmente, caratterizzato da un arrangiamento nello stile del miglior Nelson Riddle, e lui propone un’interpretazione superba a cavallo fra Frank Sinatra e Tom Waits. Spettacolari le modulazioni e la ricchezza di chiaroscuri che la sua voce meravigliosa riesce a regalrci. E finalmente l’orchestra si esprime da orchestra vera e non da clone di tastiera di mezza tacca.

Infine i Decibel: Ruggeri porta a compimento il suo annuale “divertissment” con un rock sano, pur velato dalla inevitabile nostalgia, ma sempre vigoroso e soprattutto originale nella trama ritmica e armonica. Un brano perfetto, anche se volutamente figlio di un’altra epoca, peraltro meravigliosa. Diciamo che oggi dopo la Contessa arriva il Duca. E va bene così.

L’ORRORE

Il peggio era prevedibile fin dalla presentazione dei nomi in gara, e l’esibizione lo ha solo confermato. Ovviamente mi riferisco ai figli delle varie marie e dei vari xfactor – tutto corsivo e minuscolo. Annalisa, Noemi, The Kolors, special guest la “inedita” coppia Meta-Moro. Lo schema di scrittura dell’orrore è consolidato: brani che iniziano con un recitativo accompagnato da pianoforte e/o altro “tappeto” sommesso, si aprono su una strofa standard e deflagrano in un ritornello, caratterizzato da una non melodia in cui l’interprete si sbraccia in urla scomposte, frantuma-corde vocali (a quando la prima operazione per noduli aggravati?). Queste sono “non-canzoni” tutte uguali, spesso sulla medesima tonalità, giocate su un effettistica uniformata standard, che rappresentano il pop italiano da quando i non-autori da talent sono stati fatti assurgere al ruolo di star del pentagramma (???). In questo incubo emerge in particolare la nullità assoluta di una Noemi allo sbando, stonata come una campana e spesso pure fuori tempo, figlia diretta dell’arrembaggio delle varie cassiere e sciampiste sdoganate una decina d’anni fa da un avventuriero pelato, piazzato più o meno a capo di una major. Ma forse ancora più irritante è la coppia “impegnata” Meta – Moro, la cui simpatia è pari a quella di un gatto Norvegese delle Foreste attaccato con gli artigli ai coglioni. Personalmente li assumerei per metterli come soprammobili sul comò per poterli prendere a schiaffi quando sono di cattivo umore (ovvero minimo tre volte al giorno…). Così giustificherebbero al meglio la loro esistenza artistica…

I CASI UMANI

Ornella Vanoni. No, dico: ORNELLA VANONI, ovvero una delle due santità della canzone italiana… La domanda è una sola: “Perchè?” Perchè insistere nel cercare con insospettabile pervicacia di distruggere l’immagine di quella autentica dea che è stata (e che inevitabilmente non è più). La sua immagine a cavallo fra jack-in-the-box e un frankenstrein fatto male muove già ad una forma di depressione spinta. Ma quando apre bocca per quasi tre minuti di recitazione stentata, e quando accenna qualche gorgheggio modulato lasciando intuire l’interprete straordinaria che è stata – e che non è più… io mi sento male, soffro per lei, voglio spegnere l’orrore mediatico a cui sto assistendo. Hai 83 anni… basta!!! Esiste un momento in cui è necessario capire che è finita. E questo momento la Vanoni l’ha raggiunto già una decina di anni fa. Basta, basta, basta, per pietà.

I Pooh in ordine sparso… Fogli-Facchinetti: vabbè, OK, “Dio delle Città-aa-aa!…” ventotto anni dopo, senza smalto, con molti acciacchi e la calibrata lacrimuccia da “come eravamo” di provincia. Red Canzian, ovvero Parsifal in versione vegana.

Caccamo: che bravo ragazzo: peccato che non sappia cantare, peccato che si presenti da zerbino pur non essendolo; è un bravo autore, si occupi di scrivere per gli altri: non l’ha obbligato il dottore a subire la violenza del palcoscenico. Non è il suo posto e si vede troppo bene.

Stato Sociale: no, io non sono più disposto a farmi prendere per il culo. No, basta, ma veramente BASTA!!!

Ron: i morti, per favore, lasciamoli in pace. E siamo anche vicini al 4 marzo… Operazione odiosa da parte di chi, evidentemente, ha esauritro la vena e tenta il colpo al casinò dell’emozione, usando una cartolina sbiadita del passato.

Barbarossa: che dire? …Ma la mamma come sta? Comunque, senza infamia e senza lode, spero che abbia un suo pubblico (io non sono fra questi). Alla fine, l’uomo è simpatico e pure capace.

Elio E Le Storie Tese: è impossibile che Elio scriva un “brutto pezzo”, veramente impossibile. Questo è scritto però con la mano sinistra, è frutto di una EVIDENTE e per nulla celata operazione commerciale che va idealmente a chiudere il “progetto scioglimento” iniziato con l’ultimo concerto milanese di un paio di mesi fa. Fuori luogo l’abbigliamento e il look, ma forse invece anche questo va a rimarcare non più l’artista, ma il personaggio.

Renzo Rubino: talmente anonimo da non meritare commento. Personaggio che alla fine di Sanremo viene messo nelle cantine dell’Ariston e lì ibernato, per essere scongelato e riproposto a edizioni alterne. Insipido, irrilevante, inutile.

Avitabile-Servillo: la prova-provata che non basta prendere due giganti e metterli insieme, per ottenere una buona canzone. Occasione sprecata e la conferma è quanto i due dimostrino di averlo capito loro per primi con un’esibizione di routine lontana anni luce dai loro standard.

Le Vibrazioni: vibrazioni sì, ma del basso intestino… Facevano cagare quando erano “nuovi” figuriamoci adesso in pieno riciclo del nulla che già erano…

 

NON PERVENUTI

Nina Zilli e Roy Paci: non pervenuti non è una battuta… sono proprio “non pervenuti” al vostro recensore, che al momento delle loro esibizione era caduto in un sonno di protezione… Magari ne parlerò domani.

CONCLUSIONI

Ancora una volta la pochezza del festival è resa trasparente nel confronto diretto. Sì, perchè quando Baglioni e Fiorello hanno intonato “E tu”, questa buona canzone proveniente da un’epoca in cui era solo “una” buona canzone in mezzo a decine di altre migliori di lei, oggi appare come una sorta di capolavoro della storia, a confronto con TUTTE le altre ascoltate ieri sera… Relativismo spicciolo, ma purtroppo veritiero.

Insomma, più o meno il solito Sanremo, che però quest’anno assolvo per due ottimi motivi: l’assenza di nani e ballerine ed il giusto oblio e quindi assenza dei famigerati rapper all’italiana di recente memoria e tristissima contemporaneità. Baglioni ha avuto il minimo sindacale di buon gusto per risparmiarceli.

A domani. Anzi: a bien sur…

 

POST SCRIPTUM: Grazie Dio – o forse meglio: Grazie Claudio! – per averci ridato Peppe Vessicchio! Adesso Sanremo è, veramente, Sanremo!

NOTA A MARGINE IMPORTANTE: Ogni singola parola da me scritta in questa recensione attiene a quello che spero possa oggi considerarsi ancora un “libero diritto di critica musicale” rivolto ad artisti che si espongono pubblicamente, e mediaticamente, su scala nazionale/mondiale. Inoltre ogni singolo pensiero espresso ha a che fare ESCLUSIVAMENTE con la sfera artistica e pubblica delle persone nel momento del loro pubblico esporsi, oggetto di critica, sia nel bene, che nel male. Va quindi escluso che io possa indicare qualunque forma di censura, astio, o, peggio, avversione verso le singole persone, la cui sfera privata, singolo carattere e comportamento privato, non conosco e non mi interessano. Come si dice, “niente di personale”: solo osservazioni, anche caustiche, sull’aspetto strettamente artistico, valutato in termini assoluti, secondo i miei personali paramentri di giudizio, frutto a mia volta del mio lungo percorso personale di crescita nel mondo della Musica e che valgono in modo direttamente proporzionale alla considerazione e rispetto che chi legge può avere nei miei confronti.
Marco Lincetto

A proposito di Marco Lincetto

Marco Lincetto è il fondatore di Velut Luna. Nasce a Padova nel 1961, figlio del grande compositore e pianista Adriano Lincetto, scomparso appena cinquantanovenne nel 1996. Suona il clarinetto, si diploma al liceo classico e per qualche anno studia giurisprudenza a Bologna. Prima di dedicare interamente la sua vita alla Musica, lavora per diversi anni come fotografo professionista. Specializzato in ritrattistica e foto di reportage, è stato allievo di Franco Fontana e nella seconda metà degli anni ’80 si forma alla bottega di Pino Settanni a Roma. Dal 1995 è alla guida di Velut Luna nei molteplici ruoli di imprenditore, produttore e ingegnere del suono (o, come lui ama definirsi, tonmeister). Oltre che per Velut Luna, è accreditato nei ruoli di Sound Engineer ed Executive Producer per etichette discografiche quali Decca, Cpo, Chandos, Brilliant Classic, ARTS, E1 Music/Koch International Classics, Universal e molte altre.


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