…uno sguardo dal passato…

 

“Ma lo sa che a me piacciono i giovanotti?” …Ma qualcuno ha spiegato alla Signora Ornella Vanoni dov’era e perchè?
A 84 anni, nessuno, neppure lei stessa, può permettersi di distruggere in tre sere una carriera leggendaria, quasi unica, come la sua.
Esattamente, mutatis mutandis, come non può permetterselo la Signora Mina Mazzini… E non fatemi aggiungere altro per pietà e rispetto.
Io posso sopportare la croce di non vedere nascere una “nuova Vanoni” o una “nuova Mina”: MA NON POSSO IN NESSUN MODO SOPPORTARE DI VEDERE DISTRUTTE E RIDICOLIZZATE LE DUE AUTENTICHE!

Ma vogliamo parlare della “direzione artistica del Festival di Sanremo”? ATTENZIONE: ho detto “direzione artistica”, non “direttore”… Perchè il problema è PROPRIO QUESTO: nel ruolo in sè, non solo in chi lo ricopre formalmente.
Se non si è capito, il “direttore artistico” è più o meno un maestro di cerimonie, ovvero colui che imposta una sorta di “indirizzo generale”, ed il cui potere è principalmente concentrato nell’ “andamento della serata”, forse nella scelta dei cosiddetti “ospiti”: punto e chiuso. La scelta di cantanti e canzoni in gara è frutto di un rigoroso, complicato e lungo gioco geopolitico fra le principali case discografiche che monopolizzano i grandi numeri del mercato.
Questo è molto chiaro ad un addetto ai lavori come me, ma temo non abbastanza al grande pubblico.
Tuttavia è anche facilmente dimostrabile, analizzando l’essenza delle canzoni in gara e soprattutto gli autori o presunti tali (presunti, nel senso che a mio parere programmare un software su linee guida preimpostate NON significa essere autore…): lo schema di quasi tutte le canzoni di ieri è perfettamente ricalcabile su quelle dell’anno scorso e dell’anno ancora prima. Anche il caso eclatante del presunto “autoplagio” del brano peraltro vincitore di questa edizione (!!!), ne è l’ulteriore prova: nessun “autoplagio” artatamente costruito, ma banale copia-incolla distratto…

E’ ormai completamente abbandonata la “forma canzone”, dimenticato l”inciso”: i brani si basano su tre momenti distinti, che iniziano con un recitativo accompagnato, segue l’apertura su una strofa, si chiude su un ritornello ripetuto. Non c’è da nessuna parte nè un “riff” distintivo, nè tantomeno una melodia forte, rimarchevole, non c’è nessuna modulazione sorprendente, che sono poi le uniche cosa che potrebbero far “restare” la canzone nell’orecchio del grande pubblico sul lungo periodo (provate a canticchiare non dico una sola delle canzoni dell’anno scorso, ma anche proprio una delle canzoni di ieri…) – ovviamente se il pubblico avesse ancora la sensibilità per recepirle, queste cose (e si chiude così il cerchio virtuoso e perverso).

Del resto tutto ciò è voluto: i brani devono impressionare nell’attimo fuggente per la quantità di suoni, per l’effetto speciale… Peccato che l’idea sia un tantino datata, visto che il “Wall of Sound” se lo era inventato Phil Spector nel 1968, ma mentre a quei tempi era funzionale alla struttura portante, esistente, del brano, oggi è l’unica cosa che c’è: sono stati svuotati i contenuti… Togliete i “suoni” alle canzoni di oggi, e non resta NULLA.

In questo mare di merda, chi in qualche modo “ha già fatto” quello che doveva, da dieci a più anni prima fa, ancora, mantiene comunque la sua identità – parlo di quei nomi tipo i vari Pooh in ordine sparso, gli Elii, e così via – e si piazza nel contesto come una sorta di soprammobile destinato a navigare nella parte bassa della classifica: allegri pensionati, che vanno a farsi una settimana in Riviera…

Ma i giovani… cristo, no.
E’ pura violenza bilaterale, ecumenica, quella che è in atto da dieci anni a questa parte: da un lato verso il pubblico, che è stato scientificamente de-culturalizzato, annichilito, svuotato di ogni briciola di istinto verso il “gusto”, verso il concetto di “bello” e di “brutto” (che, ricordo, esistono entrambi ed entrambi hanno una valenza reciproca essenziale: non è tutto bello, non è tutto brutto e soprattutto NON E’ NECESSARIAMENTE BELLO CIO’ CHE PIACE). E poi, più ancora, verso i ragazzi, i “nuovi” interpreti, le scimmie ammaestrate nei recinti dei talent e dintorni.
Oggi l’interprete è solo un frame all’interno del software. Una delle tante prove possibili per questa affermazione sono le tonalità dei brani, che si muovono mediamente su due o tre, sempre le stesse. Sulle estensioni, solitamente amplissime, quasi mai sostenibili da nessuno, così che inevitabilemente o uno non ce la fa in basso o non ce la fa in alto… consegnandoci ben confezionate le aberrazioni, le stonature, le urla forsennate… (infine distruggendosi le corde vocali: provate ad informarvi su quanti sono gli interventi chirurgici per noduli alle corde vocali nell’ambito dei cantanti pop professionisti…).
In buona sostanza, dell’interprete, così come del pubblico, a chi guida il vapore del pop oggi non frega nulla. Il pubblico, e gli interpreti, sono numeri, sono l’ennesimo codice binario all’interno dell’equazione, tutti funzionali ad un budget.
Niente di diverso da qualunque altro ambito merceologico. Ewwiva la globalizzazione… Forse ce lo ordina l’ uropa… Anche questo…

Ma quindi, c’è una soluzione?
Eccome se c’è! Peccato che non c’è alcun modo di perseguirla.
L’impatto dei grandi numeri, la forza economica delle grandi compagnie NON è contrastabile dai pochissimi indipendenti VERI rimasti in circolazione – come ad esempio sono io stesso.

Perchè il grande pubblico è stato lavorato ai fianchi molto bene e non è più in grado di distinguere il bello dal brutto. Perchè è stato costruito un meccanismo tale per cui il guadagno non arriva più, neppure alle majors, tramite la “vendita del prodotto” (del disco, del CD, del file stesso), ma arriva attraverso il pagamento del flusso dei dati… Non si guadagna più con l’ “oggetto musica”, ma con i “pedaggi autostradali”, ovvero, fuor di metafora, con i costi di navigazione in rete, e le pubblicità connesse alla navigazione e che vi vengono imposte durante il viaggio virtuale. Non gli frega nulla che voi vi “fermiate” ad ascoltare, che vi “affezionate” ad una canzone, ad un interprete, anzi il contrario: dovete navigare sempre di più, “streamizzare” in continuazione, senza fermarvi mai… PERCHE’ IL GUADAGNO STA NELLA NAVIGAZIONE SENZA FINE…

Quindi, capite bene, che Sanremo, ermalmetafabriziomoroannalisaglistatosocialecaccamaonoemirubinoetcetcetcetcetcetc… sono solo bit, di per sè contano come una goccia d’acqua nell’oceano pacifico… Sono gli infiniti tasselli di cui è composta la “Matrix” in cui vivete. Sono uguali a voi. Alla fine, siete voi stessi…

E scusate se mi concedo l’arroganza di non scrivere “noi”...

Però, però, però… La colpa è anche… del pubblico, dei nuovi nerds’ pre e post millenials: sì, la colpa è di tutti gli arrogantelli che con l’avvento del web , FURBI LORO, hanno deciso che dovevano avere la musica gratis, i film gratis, ogni cosa gratis: ma veramente pensavate (…mi rivolgo a loro…) che il Capitale Cannibale che governa il mondo ve lo avrebbe permesso? Vi sentivate così furbi a piratare sotto banco i contenuti? RIDICOLI!!! “Loro” hanno impiegato il tempo di un battito di palpebre di un ghepardo in assetto di caccia a trovare la via per rivoltarvi contro la vostra spocchia presuntuosa… E adesso siete ingabbiati dentro Matrix: ve lo dice il vostro Neo…

un saluto da parte de “Gli Invisibili”

 

Adriano Lincetto

Danilo Lincetto

Giorgio Erminio Fantelli

Marco Lincetto

A proposito di Marco Lincetto

Marco Lincetto è il fondatore di Velut Luna. Nasce a Padova nel 1961, figlio del grande compositore e pianista Adriano Lincetto, scomparso appena cinquantanovenne nel 1996. Suona il clarinetto, si diploma al liceo classico e per qualche anno studia giurisprudenza a Bologna. Prima di dedicare interamente la sua vita alla Musica, lavora per diversi anni come fotografo professionista. Specializzato in ritrattistica e foto di reportage, è stato allievo di Franco Fontana e nella seconda metà degli anni ’80 si forma alla bottega di Pino Settanni a Roma. Dal 1995 è alla guida di Velut Luna nei molteplici ruoli di imprenditore, produttore e ingegnere del suono (o, come lui ama definirsi, tonmeister). Oltre che per Velut Luna, è accreditato nei ruoli di Sound Engineer ed Executive Producer per etichette discografiche quali Decca, Cpo, Chandos, Brilliant Classic, ARTS, E1 Music/Koch International Classics, Universal e molte altre.


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