Alle 14.45 sono entrato nella sala d’ascolto di Sonus Faber, ad Arcugnano. Accolto dal cortese Fiore Cappelletto, mi sono subito incontrato con Paolo Tezzon, progettista – papà – delle Ex3ma, che stavano lì, quiete, sui loro piedistalli dedicati, in attesa di esprimersi.

Al centro, fra le due, un lettore CD Wadia e sotto di lui, nascosto da un telo nero, un finale, pilotato direttamente dal Wadia (e poi capiremo perchè mancava un pre dedicato).

Dei contenuti tecnici di questi diffusori si è detto tutto e quindi non vi annoierò in pedanti e inutili descrizioni: mi concentrerò nel raccontarvi come suonano, secondo il mio sentire.

Penso di partire dalla fine ovvero da una definizione riassuntiva, che credo rappresenti l’essenza di queste nuove nate SF.

Le Ex3ma suonano come i migliori monitor professionali da studio, senza averne i difetti.

Cosa significa questa affermazione? Significa che si è ottenuta, forse per la prima volta, la materializzazione del concetto di “trasparenza sonora”.

Questo diffusore non aggiunge e non toglie nulla di ciò che è presente nella registrazione. E al tempo stesso è FORTEMENTE condizionato dalle elettroniche che lo pilotano e dall’ambiente in cui è inserito. Ed ecco quindi la prima facile spiegazione del motivo che ha portato Paolo Tezzon ad escludere dalla catena il preamplificatore: proprio per eliminare una importante variabile, che inevitabilmente finisce, a questi livelli, per “inquinare” (non importa se in “bene” o in “male”, secondo i più improbabili concetti di my-fi oggi imperanti…) la trasparenza assoluta, ovvero il motivo per cui sono state create Ex3ma.

Ma tornando al suono.

Ciò che mi ha colpito immediatamente è la spettacolare ricostruzione prospettica, il dettaglio e la microdinamica. Ho iniziato gli ascolti con una mia registrazione dal vivo, effettuata all’Auditorium Pollini, di un Quinta Sinfonia di Beethoven, eseguita dall’Orchestra di Padova e del Veneto. Questa registrazione è stata effettuata in perfetta stereofonia, utilizzando la mia “versione” del famoso Decca Tree. Ebbene, le peculiari caratteristiche del palcoscenico del Pollini, largo, ma non molto profondo, con due aperture in profondità a destra e a sinistra, è stato riproposto con precisione millimetrica. Ogni strumento era ricostruito nelle tre dimensioni esattamente come accade di sentire in quinta fila centrale e come la mia registrazione ha impeccabilmente documentato. In particolare i corni, le cui campane sono rivolte verso la fuga di sinistra, risuonano ESATTAMENTE come dal vivo. Ogni informazione ambientale, anche i più delicati segnali armonici a basso livello e ad altissima frequenza sono presenti COME DAL VIVO (e permettetemi di sottolineare questo concetto).

Dicevo del dettaglio: anche in questo caso va assolutamente rimosso il preconcetto che troppo dettaglio porti ad innaturali forzature di determinate gamme di frequenza, in particolare in gamma alta: nel nostro caso serve “solo” a definire senza appello quanto registrato su disco.

Un’altra caratteristica che impressiona oltre l’immaginabile è poi la perfetta capacità di mimesi: se queste casse sono chiamate a riprodurre una grande orchestra, spariscono totalmente.

Ovvero, a differenza di TUTTI gli altri diffusori bookshelf da me ascoltati NON tradiscono le loro dimensioni. L’immanenza, la “grandezza” del suono dell’orchestra viene riproposta con proporzioni e completezza non differenti da quanto possono fare i più grandi sistemi da pavimento. Vi garantisco che nessun altro diffusore da stand – NESSUNO – fra i moltissimi da me ascoltati, compresi tutti i monitor da studio near e mid field, neppure si avvicina a questa quasi miracolistica prestazione. Ma il bello è che anche ben pochi sistemi da pavimento ci riescono… Che questo accada grazie allo straordinario e unico cabinet realizzato… è molto probabile.

Timbrica: e come si fa a parlare della timbrica, in un diffusore che NON è in alcun modo caratterizzato da una propria timbrica? Attenzione che questa affermazione non è un’iperbole, ma la semplice realtà.

La “timbrica risultante”, dunque, varia moltissimo in funzione di ciò che che è contenuto nella registrazione. Potrà essere calda e suadente, ma anche sgradevole e aggressiva; estremamente naturale e coerente, oppure drammaticamente sbilanciata in una o più gamme dello spettro: dipende tutto da cosa ha fatto il tecnico del suono in sede di mastering di ogni singolo disco.

Ancora, quindi, e per la prima volta, siamo al cospetto di un sistema che è condizionato solo dai limiti della registrazione. Vi garantisco: è la prima volta che ho questa netta e precisa sensazione, da che ascolto musica riprodotta.

Non so se la dinamica ha qualche limite: nella situazione di oggi, in casa Sonus faber, non ne aveva, nè in relativo, nè in assoluto, giacchè anche con la registrazione dell’Orchestra, caratterizzata da dinamiche impressionanti, avremmo avuto ancora ampio margine di alzare il volume, anche in assenza del guadagno del pre (che, ricordo, non c’era proprio).

Oltre all’Orchestra dal vivo ho sentito una selezione di altre mie registrazioni, che ovviamente conosco meglio delle mie tasche; in particolare conosco molto bene sia ciò che è presente nella registrazione, sia il suono originale di partenza (che, spero tutti ne siano consapevoli, è almeno un po’ differente da quanto presente anche nella migliore delle riprese).

Ebbene, le Ex3ma non cercano MAI di andare oltre la registrazione, interpretando, interpolando la stessa in modo da ricostruire un’ipotesi differente dalle intenzioni del sound engineer: non è il loro compito…

Il contraltare di questa rigida impostazione è che se una registrazione fa schifo, le Ex3ma non faranno altro che ripresentarla in tutta la sua bruttura.

Cassa dunque perfetta, senza limiti? Certo che no: un limite ce l’ha – e non potrebbe essere diversamente: la risposta in frequenza in basso è lineare fino a 45hz, ha i 40hz a -3db e poi, più sotto, pressochè più nulla. Il bello è che fino a 40 hz i bassi cono REALI e LINEARI… La risultante è dunque che la maggior parte della musica registrata sarà riprodotta con estrema fedeltà e coerenza. Giusto il pianoforte e l’organo potranno essere penalizzati – e lo sono di fatto – nell’ottava più profonda, di cui si percepiscono con chiarezza gli armonici ma non le fondamentali.

Altresì siamo lontani anni luce da quelle ruffianerie a cui ci hanno abituato fin troppi diffusori bookshelf, anche di rango elevato, che enfatizzano la zona attorno ai 90/100 hz per “simulare” un basso che non esiste.

Le voci, sia femminili che maschili, rasentano la perfezione assoluta, proprio in virtù della capacità del diffusore di riproporne la reale dimensione, per come questa è registrata sul disco. Attenzione, però: se la voce è registrata in modo tale da risultare grande, o molto presente… il rischio è che appaia troppo grande o troppo presente e soprattutto si percepisca, da parte dell’orecchio esperto, ogni trucco usato dal sound engineer: a partire dalla vicinanza del microfono (di cui si coglie millimetricamente la distanza dalla bocca), o il tipo di compressore usato per garantire un certo tipo di presenza e “suadenza” che tanto piace a molti audiofili, che purtroppo confondono questa assoluta artificiosità con il concetto di “naturalezza”…

Francamente non mi viene in mente altro da aggiungere, se non che, purtroppo, anche se da questo vero e proprio prototipo unico ne verrà tratta una versione in grande serie, quest’ultima dovrà soggiacere a qualche compromesso, di natura tecnica e logistica, per renderla gestibile dal comune utente domestico.

Sì, perchè sia chiaro: chiunque, anche i pochi fortunati che riusciranno a portarsi a casa una delle 30 coppie esistenti, avrà delle gran belle gatte da pelare per farle andare al meglio: sia sul fronte delle elettroniche da metterci prima, sia soprattutto sul fronte dell’ambiente in cui farle suonare. Chiunque – e sottolineo, chiunque – tenterà di piazzarle nel salotto/salone di casa, sarà destinato a pianti greci prolungati.

Le Ex3ma necessitano di un ambiente certosinamente costruito attorno a loro e per di più con attenzione e cura dedicata… Ma va bene così: il bluff sarebbe se si rivelassero facili da gestire…

Quindi, in estrema sintesi finale: il miglior diffusore esistente al mondo?

Non lo so, con certezza il migliore che io abbia mai ascoltato, accettando di rinunciare all’ultima ottava del pianoforte ed alle canne più grosse dell’organo. Però con gli altri diffusori, tutti gli altri che ho ascoltato nella mia vita, i compromessi erano maggiori. Sempre…

Al tempo stesso un diffusore per pochi non solo per via dei ridottissimi numeri disponibili, ma soprattutto perchè non so quanti audiofili siano disponibili a sacrificarsi sull’altare delle inappellabili esigenze di queste fuoriclasse assolute.

Mauro (…Grange): io sarei pronto e preparato per valorizzarle e saprei apprezzarle VERAMENTE… mi spiace solo che mi manchi il denaro per accattarne una coppia e pilotarla come dio comanda, ed anche l’ambiente corretto per ospitarle…

Pazienza: resta comunque bello sapere che esistono.

Marco Lincetto

A proposito di Marco Lincetto

Marco Lincetto è il fondatore di Velut Luna. Nasce a Padova nel 1961, figlio del grande compositore e pianista Adriano Lincetto, scomparso appena cinquantanovenne nel 1996. Suona il clarinetto, si diploma al liceo classico e per qualche anno studia giurisprudenza a Bologna. Prima di dedicare interamente la sua vita alla Musica, lavora per diversi anni come fotografo professionista. Specializzato in ritrattistica e foto di reportage, è stato allievo di Franco Fontana e nella seconda metà degli anni ’80 si forma alla bottega di Pino Settanni a Roma. Dal 1995 è alla guida di Velut Luna nei molteplici ruoli di imprenditore, produttore e ingegnere del suono (o, come lui ama definirsi, tonmeister). Oltre che per Velut Luna, è accreditato nei ruoli di Sound Engineer ed Executive Producer per etichette discografiche quali Decca, Cpo, Chandos, Brilliant Classic, ARTS, E1 Music/Koch International Classics, Universal e molte altre.


Pubblica un tuo commento

Articolo successivo
Articolo precedente