Credo che su un punto siamo tutti d’accordo: l’ascolto della musica è un fatto molto relativo. E indubbiamente i gusti sono “soggettivi”, in quanto tali. Quindi io sono sinceramente e pacatamente lontanissimo da qualunque pretesa di “imporre” regole e/o leggi “divine” a chicchessia. In fondo la Musica per la stragrande maggioranza delle persone è un passatempo, un hobby, di altissimo profilo culturale e intellettuale, ma pur sempre un hobby. Quindi, ripeto, non solo non ho la pretesa di dettare regole, ma proprio, anzi, da sempre, sono refrattario a quelunque guru e guretto di periferia, che al massimo può suscitare in me un atteggiamento compassionevole. Detto ciò, siccome io ho fatto del suono e della musica la mia ragione di vita, trasformando questa atavica passione anche in lavoro professionale ormai da quasi 30 anni (per tacer di quando lo facevo da non professionista fin dalla più tenera età), mi permetto di offrire qualche suggerimento e spunto di riflessione a chi con queste cose si diverte e basta. Giustamente.

Nel mondo degli appassionati audiofili da sempre tendono a formarsi orientamenti di pensiero, convinzioni (mi verrebbe da dire “credenze”) spesso suggeriti da misteriosi tam-tam, passa parola, spesso generati dal nulla (a volte però anche artatamente da qualcuno che poi ci vuole lucrare sopra). Altre volte ancora però, le correnti di pensiero nascono da problemi reali, serissimi, che però finiscono col dare vita a crociate, autentica caccia alle streghe, che finiscono col creare mostri. Oggi vorrei appunto parlare di un caso relativo alla prima ipotesi ed uno relativo alla seconda, ovvero,

  1. l’attuale moda di convertore i files PCM in DSD, sistematicamente ed indiscriminatamente;
  2. l’ossessione della corsa all’ultimo “DR”, ovvero l’ossessione della “dinamica” a tutti i costi.
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Marco Lincetto con il Reverendo Leon Davis, rettore della North Presbiterian Church di Harlem, New York, Agosto 1999 – registrazione pcm 24/96 nativa del terzo DVD Audio mai pubblicato nella storia della discografia: cantata gospel “Sisters of Freedom”, per l’etichetta tedesca ARTS.

Partiamo proprio da quest’ultimo fatto: la rincorsa ossessiva al DR più alto. Devo subito sottolineare che le motivazioni di base per questo atteggiamento critico dell’appassionato audiofilo sono serie e ben motivate da una criminale tendenza del grande business della discografia commerciale degli ultimi anni, che tende appunto a proporre sul mercato prodotti – CD, files Mp3 e quant’altro – diabolicamente compressi a livelli parossistici (la cosiddetta, ben nota “loudness war”). Non si contano oggi, purtroppo, per quanti sono, i dischi che arrivano sul mercato letteralmente massacrati e schiacciati a 0.0 db, privi di qualunque colore, qualunque afflato di vita. Ricordiamoci che la dinamica, ovvero le variazioni di intensità sonora – maggiori o minori che siano come vedremo più avanti – sono uno degli elementi fondanti per la comunicazione delle emozioni in musica, rappresentano appunto i “colori” della musica. La risultante sonora di questa micidiale operazione di compressione del suono è spesso quelle di avere sul groppone anche non indifferenti distorsioni del suono stesso e in definitiva, a parte il “volume alto” finale di ascolto, nessun reale altro vantaggio, neppure nell’ascolto dei tanto vituperati Mp3 (che oggi se ben trattati possono offrire ottime soddisfazioni all’appassionato – ma questo è un altro discorso e magari ne parleremo un’altra volta…).

Quindi, sì: quello della loudness war è un problema reale, attuale, tangibile, da tenere in considerazione e possibilmente scoraggiare, da parte di chi cerca ascolti attenti alla qualità del suono che è SEMPRE un atto d’amore verso la vera Musica.

Tuttavia, come spesso succede fra gli appassionati, questo problema reale ha per contraltare generato una indiscriminata “caccia alle streghe” che non fa prigionieri, ma soprattutto viene condotta utilizzando UN SOLO STRUMENTO di valutazione delle registrazioni, ovvero la misura ormai ben nota e diffusa del DR (Dynamic Range). Di cosa si tratta? Esistono alcuni software di uso comune in grado di misurare il range dinamico di una registrazione, che valutano alcuni parametri di base molto semplificati e che partoriscono al termine delle loro brevissima “analisi” un numerino a una o due cifre: più alto sarà questo numerino, maggiore sarà la dinamica del brano preso in esame. Ecco, oggi se un disco ha DR 6 o 7, per esempio è considerato dall’audiofilo spazzatura… Beh, amici miei, NON E’ SEMPRE COSI’.

Come dicevamo prima, la dinamica è un elemento essenziale nella “descrizione” del messaggio musicale. Ma ricordiamoci che c’è musica e musica. Ovvero esistono generi musicali in cui la grande dinamica è elemento integrante – e penso ad esempio alla grande musica sinfonica classica, oppure più in generale anche alla grande musica cameristica classica, e tipicamente anche la maggior parte della musica interamente acustica a largo raggio di genere. Esistono però anche tipologie di proposta, quelle che usano ad esempio strumenti amplificati, e quindi tipicamente rock, pop e dintorni, in cui la dinamica non è la caratteristica saliente, non è la cosa più importante. Anzi, spesso, la dinamica oltre a non essere proprio presente nelle esibizioni live, se fosse invece presente renderebbe sfocato e poco impressivo il messaggio musicale. Il rock richiede in primis il “punch”, l’impatto sonoro, il basso spaccabudella… inutile negarlo o girarci attorno. Tecnicamente poi, sia il fonico sul palco, sia l’ingegnere del suono in studio di registrazione, nel 100% dei casi (e notate che ho scritto 100%, ovvero SEMPRE) deve utilizzare strumenti di compressione per rendere omogenei e fruibili strumenti fra loro TOTALMENTE antitetici e “in natura” incompatibili: penso ad esempio a chitarra acustica e batteria, pressochè sempre presenti nel contesto di un gruppo rock.

Ecco quindi che molto spesso un disco rock o pop caratterizzato da DR 6 o 7, in realtà SUONA BENISSIMO e non potrebbe avere un DR differente per suonare altrettanto bene. Altre volte un DR 6 rappresenta una pessima registrazione. Qual è dunque la morale di questo discorso? Non fossilizzatevi in modo ossessivo e francamente disturbante nel criminalizzare un numero ma cercate di valutare una registrazione anche sotto il profilo globale, sopratutto contestualizzandola e, ancora una volta, facendo un confronto a memoria con analoghi suoni ascoltati dal vivo. Ho usato spesso il termine “caccia alle streghe”: si tratta dell’espressione usata negli USA negli anni ’50 quando il senatore McCarthy scatenò una guerra senza quartiere ai comunisti, tutti presunti spie del regime sovietico: e ben sappiamo che se è vero che qualche spia c’era veramente, con certezza migliaia di onesti americani subirono processi, e finirono in carcere senza motivo. Ecco…

Andiamo ora al punto 1 di oggi. E parliamo dunque della nuova moda, sempre più accreditata e consolidata fra molti appassionati audiofili, di utilizzare software per convertire i segnali PCM – che sono la stragrande maggioranza, il vero e proprio standard con cui si registra e si diffonde la musica – nell’ “esoterico” formato DSD. Ora non starò qui a dilungarmi nello spiegare le differenze tecniche fra i due sistemi digitali enunciati, dando per scontato che l’appassionato sappia ad esempio che il DSD è un sistema di registrazione del suono elaborato dal gruppo Sony-Philips negli anni ’90, inizialmente per uso interno, ovvero per archiviare digitalmente il proprio archivio sonoro analogico; e poi lanciato sul mercato nel momento in cui, a fine anni ’90, scaderono le royalty a loro vantaggio sul formato Cd per dar vita al formato SACD…

In tempi non sospetti, ovvero attorno al 2001, con il mio solito atteggiamento agnostico, condussi una serie di prove a confronto, scientificamente plausibili, per valutare quale dei due sistemi fosse oggettivamente più aderente alla realtà sonora che andava a “fotografare”. Ed il risultato fu tutto a favore del PCM ad alta risoluzione (da 88.2 kHz in su). Il motivo di questa preferenza – al di là di tutta una serie di misure che comprovavano le mie sensazioni acustiche – fu che il PCM era ed è la finestra più trasparente verso il suono reale che si materializza di fronte ad un set di microfoni ben scelti e ben disposti.

Allora dov’è l’inghippo? Perchè, soprattutto oggi, molti sembrano preferire il DSD? Semplice, perchè il DSD propone un suono sicuramente più finto, più lontano dalla realtà… ma comunque molto “ruffiano”, decisamente accattivante ad un ascolto che però prescinda dalla conoscenza del suono reale ripreso. Mi spiego meglio: determinate caratteristiche di roll off in altissima e bassissima frequenza, tipiche del DSD, portano questo a garantire un suono percettibilmente molto caldo e decisamente più suadente del PCM… tuttavia questo calore, per quanto piacevole alle orecchie dei più, oltre ad essere artefatto, ovvero sempre finto in quanto distante dal suono reale, diventa per me “fastidioso” nel momento in cui questo roll off finisce col mangiarsi tutta una serie di informazioni “ambientali”, per me essenziali a farmi rivivere l’esperienza live che io ho vissuto mentre registravo.

Quindi l’equivoco, ancora uma volta, è generato dalla inevitabile non conoscenza della specifica realtà ripresa da parte dell’appassionato finale… Morale di questa mia seconda dissertazione? Semplice: lungi da me volervi privare o indurvi a rinunciare ad un’esperienza che vi appagga: se soggettivamente vi piace il risultato garantito da queste conversioni PCM –> DSD, continuate senza dubbio a farlo. Ma sappiate che il risultato di ciò che voi ascoltate sarà sempre un allontanamento dalla realtà ripresa. E tanto più questo accadrà, tanto maggiore è la qualità della registrazione di partenza.

RIPETO A CHIARE LETTERE: i miei sono solo suggerimenti dettati dalla mia esperienza professionale ed in nessun modo vogliono imporre alcunchè a nessuno. Ognuno si diverta come gli pare, ci mancherebbe! Però – questo sì mi permetto di suggerirvelo – cercate sempre di essere critici nelle vostre scelte e non limitatevi a  seguire il “pensiero comune” del momento… (e questo suggerimento, in realtà, credo che valga in assoluto per qualsiasi materia, anche e soprattutto per queggli argomenti ben più seri che riguardano la nostra vita vera di tutti i giorni…)

Buoni ascolti!

Marco Lincetto

A proposito di Marco Lincetto

Marco Lincetto è il fondatore di Velut Luna. Nasce a Padova nel 1961, figlio del grande compositore e pianista Adriano Lincetto, scomparso appena cinquantanovenne nel 1996. Suona il clarinetto, si diploma al liceo classico e per qualche anno studia giurisprudenza a Bologna. Prima di dedicare interamente la sua vita alla Musica, lavora per diversi anni come fotografo professionista. Specializzato in ritrattistica e foto di reportage, è stato allievo di Franco Fontana e nella seconda metà degli anni ’80 si forma alla bottega di Pino Settanni a Roma. Dal 1995 è alla guida di Velut Luna nei molteplici ruoli di imprenditore, produttore e ingegnere del suono (o, come lui ama definirsi, tonmeister). Oltre che per Velut Luna, è accreditato nei ruoli di Sound Engineer ed Executive Producer per etichette discografiche quali Decca, Cpo, Chandos, Brilliant Classic, ARTS, E1 Music/Koch International Classics, Universal e molte altre.


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